La trama dei sensi

Scienza, linguaggio e culture della percezione.

Il delitto ha un odore?

Illustrazione editoriale scura con flacone e sagoma per il contributo speciale Il delitto ha un odore?.

Contributo speciale · Numero 1

Dall’odore-indizio all’atmosfera del male

Nel romanzo poliziesco si guarda molto. Si osservano corpi, stanze, fotografie, tracce, movimenti. L’indagine sembra appartenere soprattutto agli occhi. Eppure, in molti momenti decisivi, il crimine entra nella narrazione attraverso ciò che non si vede: un sentore rimasto in una stanza, l’odore di un corpo, l’aria di un quartiere, una puzza che denuncia degrado, paura o violenza.

L’olfatto non fornisce soltanto un dettaglio realistico. Può diventare prova, giudizio sociale, atmosfera e perfino passaggio tra il fisico e lo psichico. È questo il campo che potremmo chiamare olfattologia del crimine: lo studio del modo in cui gli odori contribuiscono a costruire conoscenza, personaggi e mondi narrativi nel poliziesco.

Il corpus in breve

L’analisi da cui nasce questo contributo riguarda undici romanzi del ciclo del commissario De Vincenzi di Augusto De Angelis, sei opere di Giorgio Scerbanenco e otto romanzi di Donato Carrisi. I tre autori rappresentano momenti differenti del poliziesco italiano: il giallo tra le due guerre, il noir della trasformazione industriale e il thriller psicologico contemporaneo.

Quando l’odore diventa indizio

Un odore è una traccia particolarmente ambigua. Può rimanere dopo che la sua fonte è scomparsa, attraversare una porta chiusa, segnalare una presenza non visibile. Per questo si presta perfettamente alla logica investigativa: mette il personaggio di fronte a un effetto e lo costringe a ipotizzarne la causa.

Nel poliziesco più classico, il sentore di una sostanza, di un profumo o di un ambiente può funzionare come indizio materiale. Ma la sua forza narrativa deriva anche dalla fragilità: l’odore è difficile da conservare, misurare e comunicare. Il detective può aver sentito qualcosa senza riuscire subito a nominarlo. L’indagine comincia allora nello spazio tra percezione e parola.

De Angelis: l’odore come prova e segno sociale

Nei romanzi di Augusto De Angelis, l’olfatto partecipa alla classificazione degli ambienti e delle persone, ma può anche produrre una vera inferenza investigativa. Profumi, tabacco, stanze chiuse, abiti e corpi collocano i personaggi entro una geografia sociale; l’odore di una sostanza o di un’arma consente invece di ricostruire materialmente ciò che è accaduto.

«Annusò il foro di uscita. Certamente quella rivoltella non aveva sparato di recente».

Augusto De Angelis, Il banchiere assassinato, in Tutti i romanzi, L’Aleph, 2019, p. 194.

Il gesto di De Vincenzi non crea soltanto atmosfera: trasforma una percezione in una conclusione controllabile. L’olfatto resta vicino al modello dell’indagine razionale, pur conservando una componente intuitiva espressa dalla ricorrente metafora del “fiuto”.

L’indizio olfattivo non è comunque neutro. Permette di conoscere e, nello stesso tempo, di giudicare. La descrizione sensoriale rivela ciò che la società considera elegante, rispettabile, volgare o sospetto.

Scerbanenco: la città entra nel corpo

Con Giorgio Scerbanenco il registro cambia. L’odore non si limita più a distinguere gli individui: diventa materia della città e investe fisicamente chi indaga. Sudore, alcool, cibo, officine, ospedali, stanze povere e corpi feriti costruiscono una Milano che non viene semplicemente osservata, ma respirata.

«L’odore aspro della grappa gli tolse quasi il respiro».

Giorgio Scerbanenco, Il centodelitti, Garzanti, 2009, p. 63.

La macchia di grappa resta un indizio, ma la sua asprezza agisce anche sul corpo del personaggio. La prova non viene registrata a distanza: interrompe il respiro e trascina l’indagine verso una sensorialità più traumatica.

La critica sociale passa così attraverso una sensorialità viscerale. Il degrado non è un concetto astratto: aderisce alle superfici, ristagna negli ambienti, entra nel corpo del lettore. L’olfatto riduce la distanza e impedisce di contemplare la violenza da una posizione sicura.

Carrisi: dal corpo alla mente

Nei thriller di Donato Carrisi l’odore può assumere una funzione ancora diversa. Non è soltanto traccia materiale o segnale sociale: diventa soglia tra presenza fisica, memoria, paura e ossessione. Un sentore può annunciare qualcosa che non è ancora visibile, riattivare un trauma oppure rendere incerto il confine tra ciò che esiste nell’ambiente e ciò che nasce nella mente.

Le boccette dei profumi materni diventano «essenze di spettri».

Donato Carrisi, La casa delle luci, TEA, 2022, edizione elettronica.

La formula non identifica semplicemente una fragranza. Trasforma il profumo in una presenza residuale: qualcosa di fisico rimanda a chi non è più presente e rende sensibile una realtà psicologica, forse soprannaturale, che il testo mantiene intenzionalmente incerta.

L’olfatto si presta particolarmente a questa ambiguità perché è insieme concreto e sfuggente. È prodotto da una sostanza reale, ma la sua interpretazione dipende dalla memoria e dalle aspettative. Nel thriller, questa doppiezza permette all’odore di diventare ponte tra il fisico e lo psichico.

Il corpo del lettore

La letteratura non può emettere materialmente gli odori che descrive. Deve ricostruirli con le parole. Per farlo ricorre alle fonti — odore di sangue, muffa, benzina — oppure a qualità prese da altri sensi: acre, caldo, tagliente, dolciastro. Usa verbi di movimento: l’odore invade, sale, ristagna, avvolge.

Il lettore completa la scena attraverso la propria memoria sensoriale. Non annusa davvero la stanza del delitto, ma può simulare l’esperienza richiamando odori conosciuti. Il romanzo attiva così un corpo assente dalla pagina ma indispensabile alla lettura.

Odore e colpa

Nella lingua comune diciamo che una faccenda “puzza”, che qualcuno “ha fiutato” l’inganno o che un sospetto “sente” il pericolo. Il poliziesco sfrutta questa vicinanza tra olfatto e conoscenza intuitiva. Ma deve anche confrontarsi con un rischio: associare il cattivo odore alla colpa, alla povertà o alla devianza può trasformare una sensazione in uno stigma.

Studiare l’olfattologia del crimine significa allora osservare non soltanto come gli odori aiutino a risolvere un caso, ma anche quali gerarchie morali costruiscano. Chi profuma? Chi puzza? Quali corpi vengono percepiti come minacciosi? Quali ambienti vengono condannati ancora prima che l’indagine cominci?

Una storia della conoscenza attraverso il naso

Da De Angelis a Scerbanenco fino a Carrisi si può seguire una trasformazione: l’odore passa dall’essere soprattutto indizio materiale e marcatore sociale a diventare esperienza corporea della città e, infine, soglia inquietante tra realtà e psiche.

Il romanzo poliziesco mostra così che investigare non significa soltanto vedere meglio. Significa ascoltare, toccare, ricordare e annusare. Il delitto lascia una trama sensoriale; l’odore è una delle sue tracce più evanescenti, ma proprio per questo una delle più narrative.

Questo contributo sviluppa in forma divulgativa e autonoma alcune questioni affrontate in: Perugini, M. (2026), «L’odeur du crime. Vers une olfactologie du roman policier italien», Revue Odore, 1 | 2026. https://doi.org/10.66488/olsd8250.


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