Una parola · Numero 1
Una parola tra corpo, percezione ed esperienza
Sentire è uno dei verbi più comuni della lingua italiana. Proprio per questo rischiamo di non accorgerci della quantità di esperienze differenti che riesce a contenere.
Sentiamo una voce, un rumore, una musica. Ma sentiamo anche un odore, il sapore amaro di una medicina, il freddo sulle mani, un dolore alla schiena. Sentiamo fame, sonno, nausea. Possiamo sentirci stanchi, tranquilli, esclusi, osservati. E possiamo sentire che qualcosa non va, che una persona è sincera, che una decisione è giusta.
Lo stesso verbo attraversa così udito, olfatto, tatto, propriocezione, stati corporei, emozioni, intuizioni e giudizi.
Una parola, molte costruzioni
Quando qualcuno domanda «Mi senti?», di solito vuole sapere se la sua voce è udibile. «Sento odore di bruciato» sposta invece il verbo verso l’olfatto. In «sento freddo» non nominiamo un oggetto percepito, ma uno stato del corpo. «Mi sento in colpa» ci conduce dalla sensazione fisica all’esperienza morale.
Non si tratta di significati raccolti casualmente sotto la stessa parola. Il verbo mostra una continuità profonda: sentire indica ciò che raggiunge il soggetto e diventa per lui esperienza.
La vista possiede in italiano un verbo specifico e fortemente autonomo: vedere. L’udito dispone di udire e ascoltare, l’olfatto di annusare e fiutare. Eppure, nella lingua quotidiana, sentire può sostituire molte di queste forme. Non diciamo necessariamente «odo un rumore» o «percepisco un odore»: diciamo più spontaneamente «sento».
La grammatica dell’esperienza
Anche la grammatica cambia insieme all’esperienza. Possiamo sentire qualcosa: «Sento una voce». Possiamo sentire che qualcosa accade: «Sento che sta arrivando qualcuno». Possiamo sentirci in un certo modo: «Mi sento inquieto».
Nel primo caso compare uno stimolo. Nel secondo una valutazione o un’intuizione. Nel terzo il soggetto osserva se stesso e cerca una parola per definire il proprio stato.
Il passaggio dalla percezione al giudizio è evidente quando diciamo di sentire una situazione o una persona. «Non lo sento sincero» non descrive un organo sensoriale identificabile. Condensa indizi forse minimi — tono della voce, espressione, memoria di comportamenti precedenti — in una certezza ancora difficile da spiegare.
Sentire gli altri
Sentire riguarda anche la relazione. «Non mi sento ascoltato» non significa semplicemente che le nostre parole non sono arrivate all’orecchio di qualcuno. Significa che non sono state accolte, comprese, riconosciute. Il verbo sensoriale entra nella sfera affettiva e sociale.
Sentire non significa soltanto registrare uno stimolo. Significa essere raggiunti, modificati, messi in rapporto con qualcosa.
La parola mette in discussione l’immagine dei cinque sensi come finestre separate. Nella sua storia quotidiana, l’italiano riunisce sotto uno stesso verbo il rumore esterno, il battito interno, l’odore, l’emozione e il presentimento.
Non perché tutte queste esperienze siano identiche, ma perché possiedono una struttura comune: qualcosa accade nel mondo o nel corpo e diventa presente per un soggetto. Sentire è il punto in cui percezione e coscienza si incontrano. Ed è forse anche la parola più semplice per indicare la trama dei sensi.
Una parola osserva, in ogni numero, un termine nel quale lingua, corpo ed esperienza si incontrano.
