Parole sensibili · Numero 1
Perché riconosciamo un odore ma non sappiamo nominarlo
Annusiamo un odore. Ci è certamente familiare. Sappiamo che appartiene forse alla cucina, a un frutto o a un prodotto usato per pulire la casa. Potremmo dire che è fresco, pungente, dolciastro. Riusciamo perfino a immaginare il luogo nel quale lo abbiamo già incontrato. Eppure il nome non arriva.
Poi qualcuno ci suggerisce due lettere: li… Limone, diciamo immediatamente. La parola sembrava già presente, ma non riuscivamo a raggiungerla. Per descrivere questa esperienza è stata coniata l’espressione inglese tip-of-the-nose: il nome dell’odore si trova metaforicamente sulla punta del naso, come una parola può trovarsi sulla punta della lingua.
L’esperimento delle lettere mancanti
Nel 2025 due ricercatrici, Eda Nur Capkan e Funda Yildirim, hanno pubblicato uno studio dedicato agli indizi che possono facilitare la denominazione degli odori. Quaranta partecipanti dovevano annusare gli stimoli contenuti negli Sniffin’ Sticks. Dopo ogni odore compariva sullo schermo una macchia di colore associabile alla fonte oppure un frammento della parola da recuperare.
Gli indizi verbali consentivano di identificare gli odori con maggiore precisione. Le registrazioni elettroencefalografiche indicavano inoltre configurazioni differenti: la condizione cromatica coinvolgeva una rete corticale più estesa, mentre quella lessicale mostrava una connettività più focalizzata, soprattutto nei circuiti fronto-temporali associati all’elaborazione linguistica e semantica.
Il campione era limitato e gli odori appartenevano a un test standardizzato. L’esperimento rende però visibile una distinzione essenziale: possiamo possedere informazioni su un odore senza riuscire a trasformarle autonomamente nel suo nome. A volte basta un frammento lessicale perché il collegamento si completi.
Che cosa sappiamo prima di conoscere il nome?
Quando diciamo conosco questo odore possiamo intendere cose diverse. Possiamo sapere di averlo già sentito, se ci piace oppure ci disgusta, in quale ambiente potremmo incontrarlo, quale ricordo ci suscita o quale parola lo identifica. Queste informazioni non emergono necessariamente tutte insieme.
Un odore può risultare familiare senza che ne riconosciamo la fonte. Può evocare la casa di una persona senza permetterci di capire quale sostanza fosse presente. Possiamo giudicarlo gradevole o sgradevole molto prima di attribuirgli un nome.
Il test misura il naso o anche le parole?
Un test olfattivo può chiedere a una persona di annusare un odore e nominarlo liberamente. Oppure può presentare quattro alternative, una corretta e tre plausibili. Nel primo caso sono necessarie percezione, riconoscimento, memoria semantica e recupero lessicale. Nel secondo il partecipante può confrontare lo stimolo con parole già disponibili.
Uno studio del 2025 ha analizzato le risposte di 2.479 adulti svedesi tra 58 e 102 anni, sottoposti alla versione a sedici item dello Sniffin’ TOM sia in denominazione libera sia in riconoscimento guidato. Nella prova libera, il 66,4 per cento degli errori era costituito da omissioni; queste spiegavano inoltre l’87,7 per cento delle differenze associate all’età. La prestazione nella denominazione libera risultava associata non soltanto all’efficienza olfattiva, ma anche al vocabolario, alla fluidità verbale e alla memoria episodica.
Anche gli errori possono essere informativi. Chiamare limone un odore di arancia non equivale a non avere percepito nulla. L’errore mostra che il riconoscimento è giunto fino alla categoria degli agrumi, senza raggiungere l’identificazione precisa.
Il problema può stare anche nelle risposte
La familiarità delle etichette usate nei test cambia nel tempo e tra le culture. Anche un test standardizzato può invecchiare: gli oggetti, gli alimenti e i prodotti quotidiani cambiano, e con essi cambia la probabilità che il loro nome sia riconosciuto.
Un errore può quindi appartenere almeno a tre livelli diversi: lo stimolo non è stato rilevato adeguatamente; l’odore è stato percepito, ma non riconosciuto; la fonte è stata riconosciuta, ma il suo nome non era accessibile o familiare.
Perché diciamo odore di…?
Nell’italiano quotidiano, come in molte lingue europee, gli odori vengono nominati soprattutto attraverso la loro fonte: odore di caffè, profumo di rosa, puzza di bruciato, aroma di vaniglia. La formula odore di… non descrive direttamente la qualità sensoriale. Formula un’ipotesi sulla sostanza o sull’oggetto da cui quella qualità proviene.
È una strategia utile. Gli odori ci servono spesso proprio per individuare una presenza non visibile. Sapere da dove proviene lo stimolo è più urgente che definirne astrattamente le caratteristiche. La dipendenza dalla fonte crea però una difficoltà evidente: quando non riconosciamo l’oggetto, rischiamo di rimanere quasi senza parole.
Le lingue non annusano tutte allo stesso modo
La difficoltà nel nominare gli odori è stata a lungo presentata come un limite universale della mente umana. Gli studi comparativi hanno però ridimensionato questa convinzione. Alcune lingue possiedono termini olfattivi astratti che non indicano una singola fonte. Nella lingua jahai, parlata nella penisola malese, esiste un piccolo ma saliente repertorio di parole dedicate a qualità odorose generali.
Ciò non significa che ogni parlante jahai possieda un olfatto biologicamente superiore. Mostra piuttosto che denominare una sensazione dipende anche dalle categorie offerte dalla lingua, dall’importanza attribuita culturalmente all’olfatto, dalla frequenza con cui gli odori vengono discussi e dall’addestramento dell’attenzione.
Il nome modifica ciò che sentiamo?
Una parola non crea dal nulla l’odore che raggiunge il naso. Può però orientare il modo in cui lo interpretiamo. Un’etichetta verbale contribuisce al contesto entro il quale lo stimolo viene riconosciuto e classificato; l’uso coerente delle stesse etichette può facilitare l’apprendimento di categorie olfattive.
Ma il linguaggio non comanda incontrastato. Le etichette possono modificare giudizi e identificazioni senza alterare necessariamente la capacità di discriminare se due odori siano uguali o diversi. La parola può cambiare l’interpretazione senza riscrivere ogni livello dell’esperienza sensoriale.
Una lingua povera di odori?
Affermare che l’italiano possiede pochi termini olfattivi astratti non significa definirlo una lingua inodore. L’italiano dispone di nomi come odore, profumo, puzza, aroma, sentore, effluvio ed esalazione; possiede verbi della percezione e verbi che rappresentano l’emissione e il movimento.
Quando manca un termine preciso, la lingua mobilita gli altri sensi. Un odore può essere dolce, amaro, caldo, freddo, secco, morbido, tagliente, chiaro o scuro. Può avvolgere, invadere, ristagnare, insinuarsi, aggredire.
È il punto nel quale la ricerca sperimentale incontra il lavoro linguistico condotto in Sulla punta del naso. La relativa scarsità di termini astratti non produce il silenzio: alimenta denominazioni per fonte, metafore, sinestesie e rappresentazioni del movimento. Resta tuttavia una significativa asimmetria: siamo spesso più rapidi nel giudicare un odore che nel descriverlo.
Quando il nome finalmente arriva
Per dire limone non basta che alcune molecole raggiungano i recettori olfattivi. Dobbiamo isolare lo stimolo, confrontarlo con le esperienze precedenti, riconoscerne la familiarità, formulare un’ipotesi sulla fonte e recuperare la parola corrispondente.
Due lettere possono allora bastare. Non perché contengano l’odore, ma perché indicano il sentiero lessicale che non riuscivamo a imboccare. È in questo incontro imperfetto — tra ciò che il naso riconosce e ciò che la lingua riesce a dire — che comincia una delle trame più affascinanti della percezione.
Letture essenziali
Capkan, E. N.; Yildirim, F. (2025), «Cues for Odor Naming Affect Performance and Brain Connectivity», Frontiers in Human Neuroscience, 19, 1671670. DOI: 10.3389/fnhum.2025.1671670.
Hörberg, T.; Olofsson, J. K.; Raj, R.; Laukka, E. J.; Larsson, M. (2025), «Free Odor Identification Engages Domain-General Cognitive Abilities in Old Adults», Chemical Senses, 50, bjaf049. DOI: 10.1093/chemse/bjaf049.
Majid, A.; Burenhult, N. (2014), «Odors Are Expressible in Language, as Long as You Speak the Right Language», Cognition, 130(2), pp. 266–270. DOI: 10.1016/j.cognition.2013.11.004.
Olofsson, J. K.; Gottfried, J. A. (2015), «The Muted Sense: Neurocognitive Limitations of Olfactory Language», Trends in Cognitive Sciences, 19(6), pp. 314–321. DOI: 10.1016/j.tics.2015.04.007.
Perugini, M. (2026), Sulla punta del naso. Per una linguistica sensoriale dell’olfatto, TAB Edizioni. ISBN: 979-12-5669-362-7.
