Dentro la ricerca · Numero 1
La domanda è forse sbagliata
Provate a chiudere gli occhi e a portare lentamente un dito sulla punta del naso. Nella maggior parte dei casi il gesto riesce senza difficoltà. Non vediamo il braccio, non tocchiamo ancora il viso e nessun suono ci informa della sua traiettoria. Eppure sappiamo, con una precisione sufficiente, dove si trovano la mano, il gomito e la spalla.
Ora immaginiamo di alzarci bruscamente dal letto. Per qualche istante possiamo sentirci instabili, come se il pavimento si fosse inclinato. Anche in questo caso non è necessariamente la vista a essere venuta meno: il sistema vestibolare, collocato nell’orecchio interno, registra l’accelerazione della testa e contribuisce a mantenere equilibrio, postura e stabilità dello sguardo.
Né la posizione degli arti né l’equilibrio figurano nel tradizionale elenco dei cinque sensi. Dobbiamo allora concludere che i sensi siano sette? E dove collocheremo il dolore, la temperatura, la fame, la sete, il prurito, la fatica, il respiro o il battito del cuore?
Un’eredità più complessa di quanto sembri
L’elenco dei cinque sensi viene abitualmente ricondotto ad Aristotele. La formula è corretta, ma rischia di semplificare il suo pensiero. Aristotele distingue vista, udito, olfatto, gusto e tatto secondo gli oggetti che ciascuna facoltà è specificamente in grado di percepire. Riconosce inoltre che proprietà come movimento, forma e grandezza possono essere percepite attraverso più sensi. La percezione non è già nel modello aristotelico una semplice giustapposizione di canali impermeabili.
La classificazione ha attraversato i secoli perché possiede una straordinaria efficacia intuitiva. A ciascun senso sembra corrispondere un organo riconoscibile, un tipo di stimolo, una particolare esperienza cosciente e una funzione facilmente descrivibile. Ma appena proviamo a trasformare questa intuizione in una definizione scientifica, cominciano le difficoltà.
Il tatto non è una cosa sola
Nel linguaggio comune diciamo di toccare quando avvertiamo una pressione, una vibrazione, una superficie liscia, una punta, il caldo o il freddo. Possiamo anche sentire dolore, prurito o la posizione della mano. Tutte queste esperienze riguardano il corpo, ma non dipendono da un unico tipo di recettore né percorrono necessariamente le stesse vie.
La propriocezione fornisce informazioni sulla posizione delle articolazioni, sul movimento degli arti e sulla forza esercitata dai muscoli. I segnali provengono da recettori situati nei muscoli, nei tendini, nelle articolazioni e anche nella pelle. Grazie al loro aggiornamento continuo, il sistema nervoso costruisce un modello operativo del corpo, necessario per programmare i movimenti, correggerli e distinguere il proprio corpo dall’ambiente.
La propriocezione deve essere considerata una parte del tatto oppure un senso indipendente? Se guardiamo alla funzione, la differenza è notevole: il tatto cutaneo ci informa soprattutto del contatto con il mondo esterno, mentre la propriocezione riguarda la configurazione e il movimento del corpo. Chiamarla sesto senso può essere utile per ricordarne l’esistenza, ma non risolve il problema teorico.
Il corpo percepisce anche se stesso
Negli ultimi anni una parte crescente della ricerca si è concentrata sull’interocezione, definita in senso generale come la rilevazione e l’interpretazione dei segnali provenienti dall’interno dell’organismo. Il battito cardiaco, il ritmo respiratorio, la distensione dello stomaco, la temperatura interna e numerosi processi viscerali inviano continuamente informazioni al sistema nervoso.
Presentare l’interocezione come un unico senso interno può però essere fuorviante. Essere capaci di percepire accuratamente un certo segnale corporeo non significa necessariamente saperne percepire con la stessa precisione un altro. La capacità misurata attraverso il battito cardiaco non può essere automaticamente estesa alla respirazione o all’attività gastrica; le prestazioni variano inoltre secondo il compito sperimentale impiegato.
Gli studi distinguono almeno i segnali fisiologici disponibili, l’attenzione rivolta al corpo, l’accuratezza con cui alcuni segnali vengono riconosciuti, le convinzioni che una persona possiede sulla propria sensibilità e l’interpretazione attribuita alla sensazione. Sentire il cuore battere, concentrarsi intenzionalmente sul battito e credere di essere molto sensibili ai segnali cardiaci non sono la stessa cosa.
Il segnale non contiene già il suo significato
Un’accelerazione cardiaca può accompagnare uno sforzo, la paura, l’eccitazione, la febbre o l’assunzione di una sostanza stimolante. Il segnale fisiologico non porta con sé un’etichetta che ne specifichi la causa. Per comprenderlo, il sistema deve integrarlo con il contesto, le aspettative, la memoria e gli altri indizi disponibili.
Questo non significa che le sensazioni corporee siano immaginarie. Significa che percepire un segnale e attribuirgli un significato sono operazioni collegate ma non identiche.
Quando più sensi diventano una sola esperienza
Pensiamo al sapore di una pesca. Nel linguaggio comune attribuiamo quasi tutta l’esperienza al gusto. In realtà la lingua rileva alcune qualità gustative di base, mentre una parte decisiva dell’aroma dipende dalle molecole volatili che raggiungono la cavità nasale dalla bocca durante la masticazione. Contribuiscono inoltre consistenza, temperatura, sensibilità chimica, colore, aspettative e perfino alcuni suoni prodotti dal cibo.
Gusto e olfatto possiedono recettori periferici distinti, ma le loro informazioni vengono integrate nella costruzione del sapore. Dovremmo allora considerare il sapore un senso autonomo? Se definiamo i sensi attraverso gli organi periferici, probabilmente no. Se adottiamo come criterio l’oggetto unitario dell’esperienza, la risposta può essere diversa.
Cinque, sette, venti: che cosa stiamo contando?
Se chiamiamo senso ogni sistema dotato di un organo macroscopicamente riconoscibile, resteremo vicini ai cinque tradizionali, aggiungendo forse equilibrio e propriocezione. Se distinguiamo i sistemi secondo i tipi di recettori e di stimoli, il numero aumenterà. Se consideriamo le funzioni svolte o la qualità dell’esperienza cosciente, le classificazioni cambieranno ancora.
Il numero dei sensi non è pertanto una quantità nascosta nel corpo che la scienza debba semplicemente scoprire. È anche il risultato di una classificazione: dipende da quali differenze riteniamo teoricamente e praticamente significative.
Perché continuiamo a parlare di cinque sensi
Il vecchio elenco non deve essere abolito. Continua a descrivere cinque grandi modalità attraverso le quali gli esseri umani fanno esperienza dell’ambiente e possiede una chiarezza comunicativa difficilmente sostituibile. Il problema nasce quando la classificazione scolastica viene scambiata per una mappa completa della percezione.
Dalla lista alla trama
Alla domanda quanti sensi abbiamo possiamo quindi rispondere soltanto con un’altra domanda: in base a quale criterio? La questione più interessante non è stabilire se il numero corretto sia sette, dodici o ventuno. È comprendere quali informazioni un organismo riesca a rilevare, attraverso quali recettori e circuiti, quali raggiungano la coscienza e come vengano integrate tra loro.
I sensi non sono finestre indipendenti, ciascuna ritagliata su una porzione del mondo. Sono sistemi specializzati che si incontrano, si correggono, competono e collaborano. Contare separa. Percepire, invece, significa costruire relazioni.
Letture essenziali
Greenwood, B. M.; Garfinkel, S. N. (2025), «Interoceptive Mechanisms and Emotional Processing», Annual Review of Psychology, 76, pp. 59–86. DOI: 10.1146/annurev-psych-020924-125202.
Ritz, T. (2025), «Interoception Research 40 Years Later – Revisiting James Pennebaker’s Critique», Biological Psychology, 199, 109069. DOI: 10.1016/j.biopsycho.2025.109069.
Engelen, T.; Solcà, M.; Tallon-Baudry, C. (2023), «Interoceptive Rhythms in the Brain», Nature Neuroscience, 26, pp. 1670–1684. DOI: 10.1038/s41593-023-01425-1.
Macpherson, F. (a cura di) (2011), The Senses: Classic and Contemporary Philosophical Perspectives, Oxford University Press.
